Alla ricerca della propria identità

Cari Luigi, Francesco e Mario; cari tutti qui presenti,

il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 21,15-19), è probabilmente il dialogo più bello di tutta la Sacra Scrittura, perché è il momento in cui Pietro, smette di recitare il copione dell’uomo forte che non conosce la paura, ed acquisisce la sua vera identità, quella cioè di un uomo generoso, consapevole dei propri limiti.

La crisi di identità vissuta da Pietro per tutta la durata del suo rapporto con Gesù, connotata da continue sperimentazioni di ruoli caratterizzati da eroicità-narcisistica, viene ora superata attraverso la comprensione e l’accettazione sia di se stesso (un uomo generoso ma anche limitato), sia della propria società (un contesto da amare, prima ancora che da salvare).

«“Chi sei?” chiese il millepiedi. Alice rispose piuttosto timidamente: “Io? – Lo so a malapena, signore, in questo momento – almeno so chi ero quando mi alzai questa mattina, ma devo essere cambiata varie volte da allora». Questa continua ricerca della propria identità, attraverso rapidi e continui mutamenti, è la caratteristica principale del discepolato di Pietro nei confronti di Gesù. Questa stessa crisi di identità coinvolge tutti quanti noi in alcuni momenti cruciali della nostra vita, in quegli snodi vitali che si presentano al momento di compiere scelte decisive per la nostra vita; crisi, che possono rilanciare il nostro sviluppo o arrestarlo.

Questo passaggio, ossia il superamento della crisi di identità e l’acquisizione del senso dell’identità, può realizzarsi soltanto quando Pietro decide di uscire da quello che Karpman ha definito il “triangolo drammatico”, ossia interpretare in modo ripetitivo e automatico, cioè al di fuori della consapevolezza, il ruolo o di Vittima o di Salvatore o di Persecutore, nel caso di Pietro chiaramente il ruolo di Salvatore (“Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò mai”, e ancora, “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”) ed inizia ad agire in risposta al qui ed ora, in risposta al momento presente, adeguatamente consapevole sia della eccessiva richiesta che in questo momento Gesù gli sta rivolgendo: “Pietro, mi ami tu?”, sia delle proprie capacità, che Pietro ha acquisito avendo interiorizzato una serie di successi e di fallimenti: “Signore, tu lo sai che io ti voglio bene”.

È in questo preciso istante che Pietro transita, a dispetto della sua età anagrafica, dalla fase di sviluppo dell’adolescenza a quella della prima età adulta. Questo è anche quello che accade a molti di noi, oggi; infatti, le tappe dello sviluppo psicosociale non coincidono con le età cronologiche della vita. 

Erikson, il più autorevole in tale ambito, dice: «La relazione fra padre e figlio ha dominato il secolo scorso, mentre il protagonista del secolo attuale è l’uomo che “si è fatto da sé” e che si domanda che cosa fare di se stesso». Per tutta la vita ci chiediamo: “Chi sono io?”, e in ogni fase della nostra esistenza diamo una risposta diversa a questa domanda. 

Un detto americano dice: “Non sono diventato la persona che dovevo essere, non sono ancora ciò che sto per diventare, ma non sono neppure ciò che ero”. Questo è ciò che Pietro sta vivendo in questo momento.

E poiché la costruzione della propria identità è strettamente connessa con la definizione di un proprio progetto di vita, cioè con l’assunzione di un impegno, ecco che Gesù per tre volte dice a Pietro: “Pasci le mie pecore”, quasi a dire: “Ora che sei adulto, che hai trovato la tua identità, assumi il compito di essere guida e custode del mio popolo”.

Occorre, anche, riconoscere a Pietro il coraggio di aver cambiato la traiettoria del proprio percorso evolutivo, emancipandosi dal proprio copione infantile che lo teneva prigioniero nel ruolo del Salvatore; per molti di noi, infatti, questo costituisce un problema. In altre parole, una volta scoperta la propria inadeguatezza, è davvero tanto difficile modificare i propri percorsi di vita, affrancandosi dai diversi condizionamenti, sia a motivo della rigidità dei ruoli sociali nei quali siamo incastrati, sia per il senso di colpa che possiamo sperimentare verso noi stessi e verso le persone che condividono con noi la loro esperienza. Sono errori di valutazione che generano un alto livello di conflittualità intrapsichica e che spesso richiedono l’aiuto di una persona esperta e competente per poter uscire dal groviglio personale e relazionale in cui la persona si sta trovando.

Cari Luigi, Mario e Francesco,

anche se l’acquisizione del senso della propria identità è un compito tipicamente adolescenziale, in realtà, soltanto chi ha costruito un’identità ragionevolmente ben integrata può stabilire un’intimità con altre persone e anche con se stesso. È questa, infatti, la fase cronologica della vita nella quale voi vi trovate, quella compresa tra i 25-35 anni, caratterizzata dall’acquisizione del senso di intimità e dal superamento del senso di isolamento.

Intimità, dice Erikson, non è altro che la capacità di fondere la propria individualità con quella di un’altra persona, senza aver paura di perdere qualcosa di sé, in modo da raggiungere il senso di un’identità condivisa, il senso del NoiSe un giovane ha paura di perdersi nell’altro, di confondersi con l’altro, sarà incapace di fondere la propria identità con quella di un’altra persona. 

Dal momento che anche noi, ministri ordinati, siamo immersi, al pari di ogni altro uomo e donna del nostro tempo, in questi processi di sviluppo, è necessario che senza timore lasciamo affiorare dal profondo del nostro cuore un interrogativo: “Come stanno insieme nella mia vita il bisogno di intimità, tipico della prima età adulta, e la scelta del celibato che accompagna il mio ministero ordinato?” 

Io non possiedo la risposta a questa domanda, nessuno la possiede; io conosco soltanto i percorsi della mia vita che, faticosamente, alcuni con successo, altri con fallimento, ho lentamente costruito, e le certezze a cui sono giunto. Sono le mie risposte a questo interrogativo cruciale per la nostra vita, che mi rendono felice come uomo e come prete. Ma sono, appunto, mie! Valgono soltanto per me! Voi dovrete costruire i vostri percorsi e giungere, per tentativi ed errori, alle vostre risposte; questo vi consentirà di vivere la vostra vita e il vostro ministero in modo personale e originale.

Per quanto mi riguarda posso confessarvi che la solidarietà è il modo, efficace e sicuro, che io ho trovato di vivere il mio bisogno di intimità e di generatività (tipico della seconda età adulta). Dunque, per me, essere prete-celibe significa essere solidale con gli altri, soprattutto con coloro che, a motivo degli intricati percorsi di vita, hanno perso la speranza di una vita felice, vivono in uno stato di sofferenza soggettiva e hanno smarrito il proprio progetto di vita.

Alla luce della mia esperienza posso dirvi che coltivare la solidarietà nei confronti degli altri, è un modo efficace per soddisfare il nostro bisogno di intimità, ed essere felici come uomini e come ministri ordinati.

Quando, invece, la persona non riesce a costruire alcuna intimità con gli altri, tenderà ad isolarsi, accontentandosi di relazioni sociali stereotipate, fredde e vuote.

È facile intuire, inoltre, che quando questo bisogno non è portato alla consapevolezza e dunque è represso o semplicemente ignorato, nasceranno comportamenti e atteggiamenti di rivendicazione o di compensazione, finalizzati a soddisfare in maniera surrettizia e parassitaria questo bisogno che brama soddisfazione. Sessualità distorta, spasmodica ricerca del potere, accumulo esagerato del denaro o spese compulsive, compiute soprattutto per se stessi (e poco per gli altri), sono il sintomo più eloquente di una intimità non realizzata e di un blocco nel processo di sviluppo.

Cari ragazzi, 

vi auguro di essere uomini e diaconi accoglienti, pronti ad ascoltare senza giudicare, empatici, capaci cioè di mettervi nei panni degli altri e di sentire nel vostro cuore le stesse emozioni che sta provando la persona con cui siete entrati in relazione, capaci di sostenere, di proteggere e di confortare quanti chiedono aiuto, senza mai sostituirvi a loro, affinché ognuno cerchi e trovi la propria strada. 

Vi auguro di essere uomini capaci di vicinanza e di intimità senza confonderla con la sessualità; ricolmi di amore e di gratuità; capaci di chiedere scusa e di perdonare.

Vi auguro di essere voi stessi, fino in fondo, al di fuori di ogni copione e da ogni ruolo prestabilito, senza paura di sbagliare, ma imparando dai vostri errori. “Non ci sono modi prestabiliti di essere – dice Simkin uno dei fondatori della terapia della Gestalt -. Il solo modo in cui puoi essere è essere te stesso, chiunque tu sia. Se mandi giù sin dall’inizio la frottola che non c’è posto al mondo per te così come sei, ti ritroverai costretto a passare il resto della vita a recitare un ruolo fasullo. E ritengo che questa frottola sia la più immorale delle frottole, anche se è stata detta da un genitore, da un teologo o da chiunque altro. Hai il diritto di essere nel mondo come sei; c’è un sacco di posto nel mondo per tutti”.

Tutto questo significa due parole: autenticità e responsabilità!

         Un’ultima cosa desidero dirvi, questa riguarda me personalmente: “Quando volete, potete contare su di me!”.

         Auguri!!

Cosimo


(Trani, 24 aprile 2019. Veglia di preghiera per l’ordinazione diaconale di Francesco Milillo, Mario Sciacqua e Luigi Tedeschi. )