Il gusto per la vita: quando le rughe sul viso ci raccontano una storia

È un dato di fatto che, nella nostra realtà italiana, gli anziani siano sempre di più e abbiano delle esigenze sempre più diversificate. I dati pubblicati dall’Eurostat, di circa 10 anni fa, hanno pronosticato un lieve aumento della popolazione europea, ma un decisivo invecchiamento, inoltre l’incremento della popolazione anziana trova conferma in molti risultati di ricerche e censimenti statistici. Ma come è costituita la popolazione anziana?

Cerchiamo di comprendere il fenomeno. L’anzianità è un periodo della vita delle persone molto difficile in una società produttiva ed efficiente come quella attuale. È detta normalmente “terza età” e parte dal pensionamento fino ai 75 o anche 80 anni, oltre questa età si parla di quarta età o grandi anziani. Durante questo stadio della vita, la propria quotidianità cambia, non si esce più al mattino per andare al lavoro, i figli non sono più in casa, molti si sentono vuoti, stanchi, inutili.

È importante essere e rimanere generativi. La generatività in questo periodo non va intesa in senso fisico o genitoriale, nella procreazione, cura e crescita dei propri figli, quanto piuttosto nella capacità di poter rappresentare valori, trasmettere conoscenze e abilità, aiutare a formare competenze nelle generazioni più giovani.

Erikson ed altri autori hanno enfatizzato l’importanza di rimanere generativi in età avanzata per invecchiare con successo. La generatività non ha ricevuto molta attenzione in gerontologia, scienza che si occupa di tutto ciò che riguarda la terza età, non solo dal punto di vista biologico e cognitivo, ma anche psicologico e sociale. Il costrutto di generatività fu introdotto da Erikson, più di mezzo secolo fa. Egli lo definì come l’impegno a mantenere e guidare la generazione successiva alla propria. Secondo la teoria eriksoniana, lo sviluppo dell’individuo procede secondo una traiettoria che attraversa otto stadi, caratterizzati dal superamento di un evento critico, dato dalla tensione di due polarità specifiche per ogni stadio, di cui una rappresenta il compito di sviluppo tipico di quel periodo. La generatività appartiene alla fase centrale, è il compito di sviluppo che deve essere superato nel settimo stadio, contro la stagnazione, al polo opposto rispetto alla generatività. Successivamente Erikson quando si riferisce alla generatività, non intende solo quella fisica, che nella fase adulta di un individuo consiste nel generare e crescere i propri figli, ma anche una generatività sociale e culturale, che si mantiene anche nella fase successiva cioè quella della vecchiaia. Nell’ultimo periodo della propria vita mantenere una funzione generativa completa il percorso di sviluppo con il superamento dell’ultimo compito che è l’integrità dell’io contro la disperazione. Secondo Erikson per passare allo stadio successivo con successo si deve aver completato il compito di sviluppo dello stadio precedente. Nello schema riportato di seguito si elencano gli otto stadi di sviluppo e i relativi compiti.


Rimanere generativi offre una notevole opportunità per invecchiare con successo. Non solo si hanno conoscenze ed esperienze da poter trasmettere, ma anche tempo per poterlo fare e soprattutto la saggezza per poterlo realizzare nel modo più adeguato, con quella sensibilità e pazienza che dovrebbe caratterizzare chi, ripercorrendo la propria vita, trova serenità e pace rievocando gli avvenimenti della propria vita e ciò che ha compiuto. Altri autori affermano che la generatività consiste anche nel custodire i significati di ciò che accade. Il custode di significato è come un giudice saggio, che non si lascia influenzare dalle tendenze e dalle mode, che riesce a cogliere il significato profondo delle situazioni e il filo conduttore degli eventi che accadono (Vaillant).  

McAdams e St. Aubin considerano che la generatività possa essere il risultato della configurazione di sette caratteristiche di natura psicologica: desiderio, richiesta, interesse, fede, impegno, azione e narrazione. Sono caratteristiche che, da un lato, appartengono alla personalità individuale e, dall’altro, sono obiettivi culturali che la società ritiene necessari per le generazioni future. Per l’età anziana è molto importante la narrazione. Questa dimensione è un collante che tiene insieme molti aspetti. Gli anziani non solo raccontano ciò che è accaduto ma lo narrano, dando un significato e una lettura che rendono fatti, accaduti nel passato, come se fossero presenti. 

C’è da chiedersi, in una società come la nostra, a chi può essere destinata questa narrazione. In passato i nonni vivevano vicino ai nipoti, erano coinvolti nelle loro giornate, bambini e anziani condividevano quel lento scorrere di pomeriggi, invernali e piovosi, dove i nonni leggevano fiabe, raccontavano aneddoti di quando erano giovani e anche eventi storici vissuti in prima persona che i bambini, poi, avrebbero studiato nei libri di storia. Tutto ciò, nella nostra attuale quotidianità accade raramente. Nella nostra società assistiamo a due fenomeni estremi che caratterizzano la generazione anziana e quella dei bambini. Da un lato, troviamo nonni che sono talmente coinvolti nella cura e crescita dei propri nipoti, tanto da sostituire i genitori dei bambini, e dall’altro nonni che sono talmente distanti (non solo e non tanto geograficamente) che sono tagliati fuori dalla vita dei figli dei propri figli. 

Dal punto di vista dell’anziano, il risultato è uno stato di isolamento sempre maggiore, fisicamente e socialmente, in un tessuto sociale che non riesce ad integrarli in una dimensione alla loro portata e che non fornisce adeguati stimoli da renderli protagonisti e agenti della propria vita. 

Tuttavia, il desiderio di essere generativi, di condividere esperienze, di raccontare e di essere utili permane, ma rischia di venire frustrato se gli anziani non vengono coinvolti in un ambiente stimolante. 

Come possono degli anziani, lontani dalle loro famiglie continuare ad essere generativi? Alcune risposte le possiamo trovare considerando le molte sfaccettature dell’essere generativi. La generatività ha diversi aspetti e coinvolge diverse dimensioni. Le più importanti le abbiamo sintetizzate nello schema seguente:

Accanto a una generatività biologica (procreazione), genitoriale (non solo nutrire, curare ma anche iniziare i figli alle tradizioni familiari) c’è una generatività tecnica che consiste nel trasmettere le proprie competenze, quella culturale che trasmette i significati. La differenza con quella tecnica è che in questa il focus è sui contenuti mentre su quella culturale è sui significati. La generatività sociale si esprime nel prendersi cura di altri giovani e di altri adulti, essere dei mentori e fornire una leadership. È molto significativa, soprattutto in tarda età. La generatività ecologica riguarda la trasmissione della cura per le risorse naturali e l’ambiente in cui si vive.

Per molti anziani e la gran parte dei nonni, che costituiscono un grande aiuto per propri figli nella cura dei nipoti, la generatività è stata biologica e si mantiene viva quella genitoriale. Ma per un’altra gran parte di anziani si aprono delle possibilità diverse di essere generativi, dal punto di vista tecnico, per esempio, insegnando ai giovani a “usare le mani” per fare piccole riparazioni, creare degli oggetti utili. Dal punto di vista culturale: quanti bambini conoscono il proprio quartiere? La propria città? O dal punto di vista sociale trasferendo delle capacità organizzative, facendo riscoprire il valore della collettività, della comunità che può essere da supporto e d’aiuto. Infine, anche dal punto di vista ecologico: si potrebbero creare dei veri laboratori nei giardini, fin dalle scuole d’infanzia, dove i “nonni” insieme ai bambini condividono esperienze all’aria aperta di cura del verde e dell’ambiente. 

Da un lato è fondamentale la capacità di cogliere occasioni per essere generativi, da parte degli anziani, dall’altro riveste importanza la disponibilità delle componenti della comunità di appartenenza di rendere partecipativi e generativi i “nonni”, non solo biologici, ma anche culturali e sociali.  Tutto ciò può migliorare il dialogo intergenerazionale, non solo fatto di parole ma anche e soprattutto di esperienze. 

Un esempio di generatività culturale è stato il progetto ASEP (Austrian Senior Expert Pool) che ha visto coinvolti circa 200 formatori manageriali disposti a trasmettere le proprie conoscenze a giovani uomini di affari. Un altro esempio di coinvolgimento con le nuove generazioni, perfino se non si hanno figli o nipoti propri, è il nonno adottivo. Anziani soprattutto donne che in salute e con molto tempo si prendono cura di nipoti non biologici. Possiamo concludere con un interrogativo: in una società povera di adulti significativi tutto ciò può essere una valida risorsa educativa, per i nostri figli?


Paola Foresi e Cosimo Delcuratolo



Bibliografia

Erikson, E. H. (1982). I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Roma: Armando editore.

McAdams, D. P., Aubin, E. (1992). A Theory of Generativity and Its Assessment Through Self-Report, Behavioral Acts, and Narrative Themes in Autobiography. Journal of Personality and Psychology, 62(6), 1003-1015.

Schoklitsch, A., Baumann, U. (2012). Generativity and aging: A promising future research topic? Journal of Aging Studies26(3), 262-272. 

Schoklitsch, A., Baumann, U. (2011). Measuring Generativity in Older Adults. The Development of New Scales. GeroPsych.The Journal of Gerontopsychology and Geriatric Psychiatry24(1), 31-43. 

Vaillant, G. E. (2008). Aging Well: Surprising Guideposts to a Happier Life from the Landmark Harvard Study of Adult Development. New York: Little, Brown and Company.