Istruzione e formazione: sinonimi?

Oggi, dopo il periodo di lockdown e dopo la lunga, usuale, pausa estiva, in molte scuole della nostra bella penisola si riaprono i portoni e si prova ad iniziare. Ma che cos’è la scuola? Forse dovremmo domandarci chi è la scuola? Nella nostra era digitale ha ancora senso andare a scuola quando i contenuti presentati da insegnanti, sottopagati, stanchi, disillusi, possono essere appresi in modo più divertente su internet con dei tutorial in lingua, matematica, letteratura, chimica… molto creativi e accattivanti? Potremmo rispondere affermativamente se la scuola fosse considerata una serie di materie e concetti che alcuni più esperti (insegnanti) trasmettono ad altri più giovani; fortunatamente la scuola non è solo questo ma molto di più. La scuola ha senso perché ci sono almeno due persone che entrano in relazione tra loro. Proprio la relazione tra studenti ed insegnanti, e tra studenti stessi, è ciò che fa della scuola una “comunità educativa e formativa”. 

La scuola, come ogni agenzia educativa, anche in ambito ecclesiale, è chiamata a formare più che ad istruire. L’istruzione comporta un’immissione di informazioni a livello cognitivo, la formazione comporta un cambiamento a livello profondo di atteggiamenti e comportamenti in quanto coinvolge sia gli aspetti cognitivi ma anche emotivi dell’essere umano e può essere realizzata con destinatari di tutte le età perché non c’è un limite anagrafico per cambiare. La formazione ha come meta la persona matura, competente e responsabile. La formazione non sta sui contenuti ma sul bambino, il ragazzo, l’adulto, l’anziano. È un processo che dura tutta la vita, perché nessuno può dire in modo definitivo che è maturo, competente e responsabile in modo definitivo. La maturità, la competenza, e la responsabilità non sono uno status ma un traguardo mobile che ci tengono impegnati per tutta la nostra esistenza. 


Cosa sono maturità, competenza e responsabilità?

Queste tre dimensioni sono fondamentali e importanti per considerare “sana” una persona, in relazione alla sua età e al suo livello di sviluppo. 

La maturità è in relazione al funzionamento psichico, allo sviluppo emotivo, cognitivo, percettivo, alla capacità di autocontrollo. È in relazione allo stadio di sviluppo di una persona. Ad esempio, un adolescente che si comporta come un bambino o peggio come un adulto potrebbe farci sorgere dei dubbi. Questo è il periodo della sperimentazione, della esplorazione, dello spingere le nostre possibilità fino al limite. In questa fase, un ragazzo che non sa immaginarsi in tanti modi, che pensa che per lui ci sia un’unica strada per realizzarsi, presenta rigidità e scarso pensiero creativo. Manca di flessibilità e capacità di reinventarsi. Forse potremmo chiederci se queste scelte così radicali e così apparentemente “incrollabili” siano proprio le sue, oppure di qualcuno altro, ad esempio i genitori, fratelli, educatori o altri adulti significativi per lui o lei. In questi casi siamo in presenza di bambini dipendenti, desiderosi di compiacere l’adulto di turno, con atteggiamenti da grandi che fanno sembrare questi ragazzi delle caricature di piccoli uomini o donne, spesso isolati dai propri coetanei.

La competenza, che non è semplice conoscenza ma molto di più, è una dimensione personale ma relativa al contesto in cui si vive. Non si nasce competenti ma capaci. La competenza si acquisisce, la capacità è innata. La competenza non riguarda solo gli aspetti del sapere (conoscenza) e del saper fare (abilità), attiene soprattutto al saper essere e al saper stare con gli altri. In ambito educativo e formativo questo aspetto ricopre un ruolo fondamentale. Cosa accadrebbe in una classe se avessimo degli alunni preparatissimi in matematica ma incapaci di comprendersi e di trascorrere il tempo della ricreazione in modo sereno e giocoso?  Pensiamo a tanti preti che conoscono perfettamente la Patristica, le Sacre Scritture, la Teologia oppure il Diritto Canonico, ma che se incontrano le persone si avviano frettolosi verso le proprie canoniche o stanze perché incapaci di dialogare o peggio di ascoltare, incompetenti nello stare con gli altri. Forse dovremmo chiederci che cosa insegnano nei Seminari? Studiare è importante ma saper stare con la propria comunità o con i propri confratelli lo è ancora e infinitamente di più. Spesso tanti preti più che sembrare pastori sembrano avvocati, oratori abilissimi, studiosi e scrittori instancabili ma come direbbe papa Francesco, non puzzano di pecore, magari profumano di libri e inchiostro.

Infine, abbiamo la responsabilità, una dimensione che afferisce ad una visione antropologica che considera l’uomo non solo dal punto di vista bio-pisco-sociale ma anche spirituale. Ma cosa significa spirituale? Forse un essere umano preparato a partecipare o presiedere una serie di funzioni o che trascorre la sua esistenza tra giaculatorie e processioni? L’aspetto spirituale viene inteso come impegno dell’uomo sia nei confronti della società e delle altre persone sia in riferimento alla creatività, alla possibilità di fare scelte libere, autonome e consapevoli degli effetti che queste ultime hanno su di sé e sugli altri. Spesso ci viene richiesto di ricoprire un ruolo o di acconsentire ad un trasferimento che ci porta lontano dal posto che più amiamo. Il nostro desiderio egoistico ci porta a rifiutare o comunque a fare opposizione ma la responsabilità dovrebbe aiutarci a comprendere che questo atteggiamento di rifiuto può avere gravi conseguenze per noi e per chi ci sta vicino. Quante volte nelle nostre comunità non vogliamo assumerci la responsabilità di essere in grado di affrontare nuove situazioni e pensiamo più a noi stessi che agli altri. L’aspetto spirituale viene meno. 

Come fare in modo che queste competenze siano coltivate e acquisite nel corso della vita? Tornando all’inizio di questo articolo è importante la formazione, quell’azione educativa che mira al cambiamento della persona e alla sua crescita per il meglio sia per sé sia per gli altri.  Nelle nostre scuole, nei nostri Seminari, nei nostri corsi di formazione, oltre ad insegnare le “materie “, come la matematica, l’italiano, le lingue straniere e le scienze, che in termini psicologici vengono definite hard skills, si dovrebbero insegnare anche le soft skills, cioè quelle competenze che ci consentono di saper essere e saper stare con gli altri in modo maturo, competente e responsabile. Tutto ciò su internet non si trova perché è necessario che ogni essere umano entri in relazione con altri esseri umani e non solo con le parole ma anche con la vicinanza fisica ed emotiva.

Cosimo Damiano Delcuratolo e Paola Foresi