La famiglia nella prospettiva del ciclo di vita

Il concetto di “ciclo di vita” in psicologia è stato introdotto dagli studi di Erikson (1950, 1968, 1982), il quale suddivide l’intero arco della vita in otto stadi. Ogni stadio è caratterizzato da una crisi psicosociale (ad esempio, per l’adolescenza: identità e contestazione/confusione di ruoli) che l’individuo deve superare per accedere allo stadio successivo.

Allo stesso modo, è possibile ipotizzare che anche la famiglia attraversi un ciclo vitale, strettamente legato a quello individuale.


Fasi evolutive

Il ciclo di vita della famiglia si compone di diverse fasi, in successione, che essa deve attraversare e superare, dalla sua formazione fino al suo scioglimento. Ogni fase è attivata da un evento critico che richiede di essere affrontato e superato, per lo più rappresentato dall’ingresso o dall’uscita di un membro dalla famiglia o dall’età dei figli, oltre all’adempimento di altri compiti di sviluppo ad esso collegati. Il superamento dei vari compiti di sviluppo permette alla famiglia di transitare alla fase evolutiva successiva.            

Scabini, rielaborando i modelli di Duvall (1957), Hill (1997), Carter e McGoldrick (1989), soprattutto adattandoli al contesto socioculturale italiano, propone una scansione in cinque tappe: la formazione della coppia, la famiglia con bambini, con adolescenti, con giovani adulti e con anziani.


Eventi critici

Ogni fase evolutiva è attivata dal sopraggiungere di una precisa situazione problematica, e per essere superata è necessario che la famiglia si muova verso una riorganizzazione delle relazioni familiari. Per questa ragione, secondo questa prospettiva, i momenti di crisi familiare, anche se comportano disagio e sofferenza per l’intero sistema familiare, hanno una valenza positiva, poiché consentono di attivare precisi processi di sviluppo.

Gli eventi critici possono essere di due tipi: quelli normativi, ossia prevedibili, e quelli paranormativiossia imprevedibili. Sono i primi a segnare il succedersi delle diverse fasi di sviluppo del ciclo familiare, poiché sono quegli eventi che la maggior parte delle persone e delle famiglie, di uno stesso contesto socioculturale, incontreranno nell’arco della propria vita: sposarsi, avere figli, crescerli, la morte dei genitori anziani, ecc.           

Gli eventi critici paranormativi, sono, invece, quelle situazioni impreviste che vanno ad aggiungersi agli eventi critici normativi, con un aggravio di stress e di sofferenza soggettiva e familiare. Si pensi, ad esempio, al caso di una famiglia con bambini piccoli che deve affrontare la morte, per incidente stradale, di un fratello più grande. È facile immaginare le ricadute negative che questo evento avrà sia a livello di coppia, sia nei confronti del figlio più piccolo.


Compiti di sviluppo

Come già detto, ad ogni evento critico corrisponde un compito di sviluppo principale, ed altri compiti di sviluppo correlati, che la famiglia deve assolvere se vuole transitare verso la fase successiva. Tali compiti riguardano l’intero sistema-famiglia, e non soltanto alcuni membri di esso, coinvolgono almeno tre generazioni e interessano, anche, le relazioni della famiglia con la comunità sociale d’appartenenza. Questi compiti si riferiscono, globalmente intesi, all’emancipazione di ogni membro della famiglia, alla realizzazione di legami tra i membri di una stessa famiglia, e alla cura e al sostegno nei confronti dei membri più piccoli e più deboli. Bowen (1979, 65) afferma che, man mano che l’individuo cresce, dev’essere capace di differenziarsi dalla famiglia d’origine, sperimentandosi nell’autonomia, e dev’essere in grado di assumere ruoli e funzioni diverse, dentro e fuori la famiglia, continuando, però, a mantenere intatto il senso della propria identità personale. 


Sintomi e comportamenti disfunzionali

Gli autori sono concordi nell’affermare che non tutte le famiglie riescono a superare i compiti di sviluppo del proprio ciclo di vita, e che questa sia la ragione principale per l’insorgenza di condotte sintomatiche. In altre parole, i comportamenti disfunzionali, indice di un parziale superamento della fase del ciclo di vita, e i veri e propri sintomi, segno evidente, invece, di un blocco evolutivo, sono il segno dell’incapacità della famiglia a modificare le proprie modalità di funzionamento, nell’impatto con una particolare situazione critica, al fine di raggiungere un’organizzazione familiare più adattiva e funzionale. In questa prospettiva, il sintomo può essere compreso soltanto in relazione al “normale” processo evolutivo della famiglia, e non è il principale oggetto di intervento, poiché la sua guarigione richiede “la riattivazione del processo di sviluppo della famiglia e di ogni suo membro” (Gambini, 2007, 108).            

Pertanto, affinché il sintomo scompaia, il compito del terapeuta è quello di aiutare la famiglia ad instaurare modalità relazionali più conformi alla fase di sviluppo che sta attraversando. Quando ciò accade, il sintomo scompare, poiché cessa la sua funzione di difesa e di adattamento nei confronti delle inadeguatezze della famiglia. Il sintomo, infatti, per quanto possa sembrare strano, rappresenta la migliore strategia che il sistema familiare e individuale ha trovato per adattarsi alla nuova situazione disfunzionale. In questo senso, il sintomo è capace di evitare patologie più gravi, ma non riesce ad assicurare benessere ed equilibrio ai membri della famiglia.


Cosimo Delcuratolo e Paola Foresi



Bibliografia

Bowen, M. (1979). Dalla famiglia all’individuo: la differenziazione del sè nel sistema familiare. Milano: Astrolabio.

Gambini, P. (2007). Psicologia della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale. Milano: FrancoAngeli.