L’autostima e le life skills. L’importanza di costruire e incrementare l’abilità di problem solving per migliorare la propria autostima

L’autostima è definita come l’autovalutazione di sé stessi e può essere globale o specifica. L’autostima globale abbraccia tutti gli ambiti di un individuo: quello personale, familiare, scolastico, lavorativo, sociale, affettivo, corporeo, ed appartiene ad ogni fase dello sviluppo della persona, dall’infanzia alla maturità. L’autostima specifica appartiene a un singolo ambito. 

Ad esempio, un ragazzo può avere un’alta autostima di sé, in quanto studente, cioè una buona autostima scolastica, data da risultati brillanti, ma al contempo avere una bassa autostima in ambito sportivo. 

La costruzione dell’autostima è un processo che si basa sulle informazioni, che ognuno ottiene su sé stesso (aspetto oggettivo) e sul valore che l’individuo dà a queste informazioni (aspetto soggettivo). Rimanendo nell’esempio: se per il ragazzo, l’ambito scolastico riveste una particolare rilevanza, ottenere ottimi voti è per lui di grande rilievo; lo stesso ragazzo potrebbe tenere in poco conto le basse prestazioni in ambito sportivo. Rimanere seduto in panchina, durante una partita di calcio, non incrinerà la sua autostima.

Oltre a una valutazione delle informazioni su se stessi, gioca un ruolo fondamentale la discrepanza tra ciò che si è, cioè la valutazione oggettiva delle proprie capacità e potenzialità e ciò che si vorrebbe essere, cioè tra il sé percepito e il sé ideale.

Il sé ideale potrebbe indurre ad avere un’immagine di sé non veritiera. Ad esempio, una persona crede di possedere delle capacità che invece non si hanno. 

Avere un’alta autostima di sé non significa chiudere gli occhi sui propri difetti o le proprie fragilità, piuttosto averne consapevolezza e non abbattersi, prendendo atto dei propri punti di forza, sintonizzandosi su di essi. Tutto ciò contribuisce ad essere una persona più felice e un individuo meglio adattato. 

Ad esempio, uno studente che ha una buona autostima di sé in ambito scolastico, nel corso della preparazione e durante il tempo dedicato allo studio, sarà più tranquillo, riuscirà a tollerare gli sforzi e la fatica con maggiore capacità, raggiungendo un’elevata concentrazione.

È importante avere autostima di sé fin da piccoli, in quanto è un fattore che contribuisce a un buon adattamento socio-emozionale; il bambino si percepisce più efficace e capace di svolgere i compiti di sviluppo e di apprendimento. È vero anche il processo inverso: ad esempio, bambini, con disturbi specifici dell’apprendimento o con disturbo dell’attenzione e dell’iperattività, spesso collezionano insuccessi scolastici che possono minare la propria autostima o solo in ambito scolastico, oppure, come spesso accade, anche globalmente.

Per questo accanto a programmi di potenziamento delle abilità di scrittura, lettura e calcolo, l’operatore dovrebbe lavorare anche tenendo conto del bambino o la bambina che ha davanti e delle loro aspirazioni e aspettative.


Come intervenire?

Non esiste una ricetta universale che consiglia le dosi giuste per migliorare l’autostima. L’operatore deve tener conto di alcune informazioni principali:

1) Il profilo del bambino o del ragazzo, che consiste nel definire le sue capacità, in quali ambiti riesce ad ottenere dei successi, anche se minimi, e dove invece è meno capace nonostante l’impegno;

2) Cosa pensa e cosa sente il bambino o il ragazzo, in particolare che idea ha di sé; di cosa è orgoglioso; di cosa non va fiero; si piace così o vorrebbe cambiare; se vuole essere diverso da come è, quale è il suo ideale.

3) Si deve tener conto della fase di sviluppo, in quanto i compiti e le aspirazioni sono diverse per un bambino rispetto a quelle che ha un adolescente o un giovane. 

Le informazioni si ottengono attraverso interviste con coloro che sono a stretto contatto con il bambino o il ragazzo e lo conoscono meglio:

– I genitori
– Gli insegnanti
– L’allenatore sportivo, se fa sport
– L’animatore o catechista, se frequenta un gruppo parrocchiale

Altre informazioni preziose si ottengono tramite un colloquio con il bambino o il ragazzo e tramite l’osservazione nei contesti di vita della persona.

Da ultimo può essere utile somministrare un test, per avere un dato normativo ad esempio il Piers-Harris Children’s Self Concept Scale che misura l’autostima globale. 

Rispetto al test risultano più utili le informazioni di chi conosce il ragazzo e il colloquio con lo stesso. Inoltre, le informazioni vanno integrate e valutate negli ambiti specifici della scuola, della famiglia, del sociale, della sfera corporea e affettiva.


Come migliorare l’autostima?

Ci sono alcuni fattori che incidono sul miglioramento della propria autostima, in particolare, acquisire e/o incrementare le “life skills”, che contribuiscono in maniera determinante alla costruzione di una rappresentazione realistica e positiva dell’immagine di sé. 

Le life skills sono delle abilità cognitive, emozionali e relazionali che consentono ad un individuo di rispondere in modo soddisfacente alle richieste dell’ambiente. Il potenziamento di queste risorse, nell’infanzia e nell’adolescenza, contribuisce a rendere i bambini, i ragazzi e in seguito gli adulti in grado di fronteggiare le sfide, che il percorso evolutivo e i diversi contesti di vita mettono loro davanti, creando anche una buona valutazione di sé stessi. Tra le life skill vengono annoverate molteplici capacità dell’individuo. Nello schema che segue ne abbiamo evidenziate alcune.

In questo lavoro prenderemo in esame il problem solving cioè la capacità di risolvere i problemi.  Prima di tutto diamo la definizione di cosa è un problema. Nella vita di tutti i giorni ci troviamo di fronte a delle richieste del nostro ambiente di vita, ognuna crea in noi uno stato di attivazione e per dare una risposta facciamo ricorso alle nostre strategie e conoscenze. 

 Alcune di queste situazioni non sono risolvibili facendo appello a tutto ciò che conosciamo, e questo costituisce, per noi, un problema. Quando la richiesta è superiore a quello che sappiamo e sappiamo fare, abbiamo un problema, la cui risoluzione è possibile facendo ricorso a nuove strategie, incrementando le nostre conoscenze, acquisendo nuove abilità o migliorando quelle che sono già in nostro possesso.  

Il problema quindi è dato da un gap tra la richiesta del contesto e le risorse del solutore.  

Accanto ai problemi esistono i non problemi. Sono in genere di due tipi:

A) Le situazioni che sappiamo risolvere con ciò che già sappiamo o sappiamo fare
B) Le situazioni per le quali non c’è possibilità di soluzione e vanno solo accettate

Nella risoluzione dei problemi entrano in gioco tre processi importanti che attengono alle tre dimensioni fondamentali della nostra esistenza: quella cognitiva, emotiva e comportamentale. All’interno di questo processo cognitivo, emotivo e comportamentale possiamo distingue delle fasi ognuna delle quali coinvolge diversi stadi di conoscenza, e diverse abilità.


1) Percepire il problema. Spesso il problema c’è ma non lo percepiamo, oppure non riusciamo a definirlo e a circoscriverlo; quindi, il primo passo è renderci conto che il problema esiste. Dobbiamo, in seguito, decidere se affrontarlo o meno. Per vari motivi possiamo decidere di desistere e non affrontare il problema: ad esempio, valutiamo che i costi di risoluzione superano i vantaggi, in una parola si dice che: «il gioco non vale la candela». In altri casi possiamo pensare che la situazione non cambi, oppure che nonostante i nostri sforzi è proprio un problema più grande di noi. Infine, possiamo pensare che la responsabilitàsia non nostra ma di altri.  Se invece decidiamo di affrontarlo valutiamo le nostre risorse. 

2) Definire il problema. In questa fase si cerca di conoscere i vari aspetti del problema, in quale ambiente della nostra vita il problema si manifesta, se, ad esempio, in famiglia, a scuola, al lavoro, nelle relazioni con le persone vicine. Inoltre, si cerca di capire la frequenza, quando e con chi o cosa possiamo trovarci nella situazione problematica. Questa fase è strettamente connessa con la fase precedente.

3) Nella terza fase si generano tutte le possibili soluzioni al problema. È il momento della creatività. Più soluzioni si ideano, più è alta la probabilità che una di esse sia efficace. 

4) In questa fase si valutano le conseguenze delle soluzioni pensate, sia quelle positive sia quelle negative, nell’immediato o a lungo termine, quelle che riguardano noi personalmente o quelle che hanno impatto anche nel sociale. Ad esempio, cambiare scuola comporta una serie di conseguenze positive, quali ambiente diverso, nuovi stimoli dati da materie più interessanti per noi; ma anche effetti negativi, potrebbe essere che la nuova scuola non sia adatta, a lungo termine potrebbe portare a scarsi sbocchi lavorativi oppure cambiare può significare, non solo rimettersi in gioco, ma anche scappare dalle situazioni difficili e di conseguenza non imparare, rimanendo e affrontando la difficoltà, a gestirle.

5) Decidere quale soluzione. Questa fase è importante e viene definita in base a tre criteri:
1) Morale
2) Efficacia nella soluzione 
3) Valutare costi e benefici

6) L’ultima fase consiste nel portare avanti la decisione 

In conclusione, per migliorare l’autostima non si può lavorare direttamente sulla stessa ma si può lavorare su altre variabili, che possono essere ambientali o personali come il comportamento, le emozioni, le cognizioni e anche gli aspetti corporei. Nella life skills “problem solving” ritroviamo queste dimensioni e, tramite il miglioramento di questa capacità, indirettamente lavoriamo anche sull’autostima di bambini, adolescenti e adulti.


Paola Foresi e Cosimo Delcuratolo



Bibliografia

Becciu, M., Colasanti, A. R. (2004). La promozione delle capacità personali. Milano: Franco Angeli

Mastromarino, R. (2013). La gestione dei gruppi. Le competenze per gestire e facilitare i processi di gruppo. Milano: Franco Angeli

Pope, A., McHale, S., Craighead, E. (2016). Migliorare l’autostima. Un approccio psicopedagogico per bambini e adolescenti. Trento: Erickson