Ma cosa sta accadendo dentro di me? Non quanto valgo… ma cosa provo…

Aiuta te mentre ci aiuti: pratica la solidarietà (Bertolt Brecht). Chi riesce a comprendere l’altro nella mente e nel cuore se non riusciamo a sentire comprensione e compassione per noi stessi, in una parola non proviamo autoempatia? 

“Anna ha elaborato un progetto molto complesso per consentire alla sua azienda di affacciarsi finalmente sul mercato asiatico. Si presenta con il suo MacBook Air davanti al consiglio di amministrazione ed espone la sua idea. Durante l’esposizione commette notevoli errori che evidenziano come il suo elaborato non sia stato accuratamente rivisto. Dagli sguardi di coloro che l’ascoltano, Anna desume che la sua idea è stata accolta con scarso entusiasmo e una tiepida approvazione, vorrebbe sprofondare e non essere mai venuta”. Come reagirà Anna appena avrà chiuso la porta della sala riunione dietro di sé? 

Può esprimere un giudizio su sé stessa, avendo pensieri del tipo “sono proprio una stupida” oppure “non valgo proprio nulla”. L’alternativa a questi pensieri può essere un processo di autocolpevolezza che la porta ad essere in sintonia con sé stessa, ad esempio, dando un nome all’emozione che prova in quel momento: “mi sento proprio delusa e abbattuta in questo momento, la mia aspettativa era quella di aver riuscire a far centro al primo colpo”.  In questo secondo caso siamo in presenza di autoempatia. Le parole, che mostrano empatia e comprensione, più facilmente, le riusciamo a dire ad altri piuttosto che a noi stessi. Questo perché spesso, soprattutto nella nostra cultura, l’autoempatia viene confusa con l’autoindulgenza. Ma sono due costrutti diversi. 

L’autoempatia è un moto positivo verso noi stessi, caratterizzata da consapevolezza, disciplina, sensibilità per i nostri sentimenti e per le nostre sofferenze, ma è anche impegno a trovare nuove soluzioni utili per uscire dalle situazioni di difficoltà e disagio. L’autoindulgenza è una forza che può avere una valenza fortemente negativa e distruttiva perché ci fa cedere a ciò che riteniamo momentaneamente adeguato a lenire le nostre ferite e fronteggiare le nostre fragilità, anche se sappiamo dannoso, ad esempio indulgere con noi stessi, e continuare a bere, fumare o mangiare in eccesso, sapendo che non è buono per noi, e non cercare ad esempio aiuto. 

Che cos’è l’autoempatia?

L’autoempatia implica che sappiamo comprenderci anche quando commettiamo errori tali che preferiremmo sprofondare piuttosto che incontrare le persone; richiede di essere umili e ammettere che siamo fallibili, umani e lontanamente perfetti come spesso esigiamo di essere da noi stessi. “In un certo senso, è la forma estrema di assunzione di prospettiva perché vi mettete nei vostri panni osservandovi da un punto di vista compassionevole” (Riess, Neporent, 2020, 197).  

L’autoempatia non ci esimia dalla responsabilità delle nostre azioni o dal chiedere scuse all’altro, ma ci aiuta a comprendere che anche noi meritiamo da noi stessi la stessa comprensione e compassione che diamo agli altri quando questi ultimi commettono errori. Permettere di avere autocompassione non ci fa abbassare la guardia anzi, migliora la nostra resilienza, motivazione, pensiero creativo e flessibilità. Essere autoempatici consente di non abbatterci, come avviene spesso quando ci attribuiamo giudizi negativi ed etichette che ci limitano nella capacità di riprenderci e venire fuori da una situazione difficile. 

Le caratteristiche dell’autoempatia

L’autoempatia è un costrutto poliedrico caratterizzato da tre aspetti, secondo la psicologa Kristin Nerf.  Una componente importante dell’empatia è la gentilezza verso noi stessi che ci protegge contro il giudizio troppo severo e aspettative molto esigenti, senza comunque considerarci il centro del mondo. La seconda componente è l’umanità condivisa, cioè il sentimento che ci fa comprendere come non siamo i soli a sbagliare, e questo ci aiuta a perdonarci. Infine, c’è la mindulfulness, molto di moda attualmente, intesa come la capacità di riconoscere i propri pensieri e le proprie emozioni, come se fossimo in terza persona, da spettatori, permettendo di accogliere l’esperienza nel momento senza cadere in crudi e spietati giudizi.

Cosa fare per favorire l’autoempatia?

Lo sviluppo dell’autoempatia ci consente di alimentare, in modo sano, la capacità di essere empatici nei confronti degli altri. È come se l’autoempatia fosse il carburante necessario e più qualificato per poter avviare il motore dell’empatia che ci porterà a compiere il viaggio verso l’altro. È importante prenderci cura di noi stessi perché, se non lo facciamo, nel tempo perdiamo la sensibilità di accorgerci degli altri, in quanto è come se perdessimo le energie per spostarci in modo empatico verso l’altro. Il giudizio negativo verso noi stessi è un potente fattore di stress e di allarme, come se vivessimo in continua emergenza, al contrario il contatto con noi stessi, essere gentili con il nostro corpo, la nostra mente e i nostri sentimenti, prendendoci cura di loro, ci danno l’energia per poter prenderci cura degli altri. 

Un ulteriore fattore che favorisce l’autoempatia è quello di avere un pensiero consapevole, di affrontare e valutare nel qui ed ora i pensieri e le emozioni, di evitare i facili automatismi che spesso ci portano a raggiungere conclusioni sbagliate. Ad esempio, possiamo pensare, vedendo una persona con uno sguardo accigliato, che possa avercela con noi per qualcosa che abbiamo o non abbiamo fatto; in realtà quest’ultima potrebbe essere arrabbiata per qualsiasi altro motivo che potrebbe non riguardare noi. Reagiamo così per una serie di motivazioni possibili, ad esempio, sentendoci in difetto per un genitore severo che reagiva in tal modo ai nostri comportamenti, oppure perché siamo portati a pensare di essere al centro dei pensieri di tutti coloro che incontriamo. Sempre nell’esempio esposto all’inizio di questo articolo, quando Anna vede i comportamenti non verbali dei suoi uditori ha pensato che il progetto non andasse bene e che lei avesse fatto fiasco. Ma coloro che sono presenti al meeting potrebbero averla ascoltata in modo superficiale per vari motivi, perché stanchi di tante riunioni oppure per problemi personali, e forse non hanno valutato bene il progetto perché distratti da altri pensieri che nulla hanno a che vedere con il lavoro di Anna o ancor di più con una valutazione negativa della sua professionalità o della sua persona. 

È importante circoscrivere ciò che accade, a dare un nome a ciò che accade dentro di noi, a vederlo quasi da spettatore per comprenderlo e averne compassione. Se riusciamo ad avere questa autoempatia siamo in grado di aiutarci, o almeno di saper chiedere aiuto, e riusciamo anche a comprendere ciò che gli altri pensano e soprattutto provano.


Paola Foresi e Cosimo Delcuratolo 


Bibliografia

Neff, K.D. (2003), Self – Compassion. An Alternative Conceptualization of Healthy Attitude Toward Oneself, “self identity”, 2, n.2, pp. 85-101.

Riess, H., Neporent, L. (2020). Effetto empatia. Trento: Erickson.