Pochi titoli… Molti contenuti!

        Carissimi fratelli e sorelle,

quando ero seminarista a Molfetta, durante l’ultimo anno, il professore di teologia pastorale, Pio Zuppa, della diocesi di Lucera-Troia, lesse in aula un breve testo di don Tonino Bello, il quale con un’immagine descriveva il rapporto esistente tra la Chiesa e il mondo, dalle origini del cristianesimo fino ai giorni nostri, fino cioè all’epoca contemporanea. Il testo diceva così: “Alle origini del cristianesimo, la Chiesa e il mondo dormivano sotto la stessa tenda; quando la Chiesa si è svegliata, il mondo se n’era già andato”. 

        Chiaramente, don Tonino, con la metafora della tenda, faceva riferimento agli anni successivi all’editto di Costantino, il quale aveva posto definitivamente fine alle persecuzioni nei confronti dei cristiani, riconoscendone la libertà religiosa; il risveglio della Chiesa, invece, si riferisce chiaramente agli anni del Concilio Vaticano II, che ha rappresentato per la Chiesa, un sussulto, dopo un lungo periodo di quiete. Da allora, cioè dal 2005, questa immagine è rimasta impressa nella mia memoria; mi ha accompagnato per diversi anni e per lungo tempo ho creduto fosse proprio così. 

        Vi devo confessare, carissimi, che da qualche tempo comincio a pensare che, in realtà, don Tonino si sia sbagliato; che la Chiesa, cioè, stia ancora dormendo sotto quella tenda, mentre il mondo già da tempo si è svegliato e ha trasformato la realtà esterna; e quando qualcuno, mosso dallo Spirito e dal desiderio di annunciare il Vangelo autentico di Gesù Cristo, magari anche provenendo da contesti geografici e culturali diversi dai nostri, forse scelto e inviato proprio per questo, e dunque estraneo ad ogni lobby di potere, al di fuori di ogni amicizia interessata, e quindi libero e non soggetto a ricatti, prova a svegliarci dal nostro lungo sonno affinché possiamo adattarci in modo creativo alla realtà che è cambiata, noi ci irrigidiamo nelle nostre posizioni ormai anacronistiche, preferendo ritornare a dormire piuttosto che accettare la sfida del cambiamento. 

        Venerdì scorso, il vescovo, in occasione della giornata di Santificazione sacerdotale, ha rivolto a noi preti queste testuali parole: “al di fuori della fraternità sacerdotale si vivrebbe un ministero diverso da quello che ha pensato Gesù”, io mi permetto di aggiungere: “si vivrebbe un ministero inefficace, svuotato di significato, non riconducibile né a Cristo e né alla Chiesa, un ministero vuoto, un ministero morto, un ministero segnato da un profondo senso di isolamento, autoreferenziale, con il culto della propria persona, senza alcuna possibilità di essere segno di un mistero più grande che ci avvolge”. 

        Carissimi, possiamo forse pensare che per i diaconi sia diverso? Possiamo forse pensare che sia possibile esercitare il ministero diaconale al di fuori della comunione e della fraternità con gli altri diaconi, con i presbiteri e con il vescovo? Un diacono che agisse in questo modo, potrebbe anche continuare ad indossare stola e dalmatica, a fare da diacono durante le celebrazioni presiedute dal Vescovo, a farsi ritrarre in foto durante le prime comunioni in parrocchia, ma è un diacono vuoto, un diacono morto; agisce per conto proprio senza più alcun riferimento né a Cristo né alla Chiesa.

        Questo perché nella Chiesa, i ministeri, sia quelli ordinati sia quelli istituiti, hanno una natura profondamente comunionale; ossia, un prete esiste soltanto perché inserito in un presbiterio (è questa la traduzione più efficace e pastorale del concetto giuridico dell’incardinazione); un vescovo esercita legittimamente il suo ministero poiché inserito, in forza della consacrazione sacramentale ricevuta, all’interno del collegio dei vescovi, nel quale permane e sussiste il corpo apostolico, con a capo il Sommo Pontefice; allo stesso modo, carissimi, un diacono è realmente tale ed esercita efficacemente il proprio ministero soltanto quando condivide la sua vita e il suo ministero con gli altri diaconi, insieme ai presbiteri, in comunione con il vescovo. 

        Va da sé, allora, che la cura delle relazioni interpersonali, soprattutto all’interno della Chiesa e in modo particolare tra diaconi, tra presbiteri, tra diaconi e presbiteri insieme al vescovo, è oggi di fondamentale importanza per continuare ad essere un segno dell’amore di Dio nel mondo. 

        La Chiesa per la quale ogni giorno rinnovo la mia vocazione presbiterale e che voglio contribuire a formare, è una Chiesa caratterizzata da vicinanza e familiarità con le persone con cui entra in relazione. È la Chiesa della condivisione e della solidarietà, intesa come servizio alla crescita, allo sviluppo e alla maturità della persona. Per questa Chiesa io voglio lavorare e offrire la mia vita; un altro tipo di Chiesa non mi interessa.

        La Chiesa della separazione, del noi e del voi, dei titoli (don, diac., sac.), con i quali a volte narcisisticamente ci presentiamo e amiamo farci chiamare dalla gente, non ha più nulla da dire a questo mondo; sopravvive in alcuni ambiti ristretti della Chiesa, ma è ridicola e anacronistica. Lasciamo che le persone possano chiamarci semplicemente con il nostro nome di battesimo, il nome più bello, quello con cui Dio ci ha chiamati alla vita: Cosimo, Nicola, Antonio, Paolo, Arturo, Enzo, Abramo, Marcello, Giuseppe, Franco, Michele, Pino, Francesco, Enzo, Rino, Giuseppe, Mimmo, Cosimo, Antonio, Riccardo, Franco, Gino, Andrea, Sergio, Savino, Vincenzo, Ruggiero, Domenico. Il rispetto e la leadership, ossia l’essere riconosciuti come guide autorevoli all’interno della comunità, nulla hanno a che fare con tutto questo, non si acquisiscono imponendo distanza e separazione. Uno studio, la più grande ricerca mai realizzata in questo settore, ha messo in luce che per essere riconosciuti guide autorevoli all’interno della comunità o dai nostri collaboratori, dobbiamo essere cordiali e competenti, socievoli e intelligenti; quando, poi, questa equipe di ricercatori ha provato, attraverso complesse procedure statistiche di analisi fattoriale, a cercare un unico fattore in grado di contenere tutti gli altri, ha scoperto che la caratteristica più favorevole per la leadership è la solidarietà; se vuoi essere una guida autorevole sii cordiale e competente, socievole e intelligente, in una parola sii solidale con gli altri. 

        La gente, la nostra gente, ci chiede di essere esperti di umanità, non di liturgia o di teologia; ci chiede di ascoltare senza giudicare, di accogliere senza fare preferenze, di dare senza chiedere in contraccambio. È nei percorsi della nostra vita, nelle esperienze che abbiamo vissuto e che continuamente facciamo, nelle persone che incontriamo, che si cela il senso della nostra vita, il motivo per il quale Dio ci ha chiamati all’esistenza, il progetto di Dio per ciascuno di noi, che nessun libro potrà mai insegnarci. 

        Cari fratelli e sorelle, 

preghiamo Dio affinché ci aiuti ad avere nella nostra vita il solo scopo di contribuire, con il nostro entusiasmo e il nostro senso di responsabilità, a rendere il mondo nel quale viviamo un posto più umano e collaborativo. 

        Bisceglie, 24 giugno 2019

Cosimo


(Riflessioni a conclusione del percorso formativo 2018-2019 con i diaconi permanenti)