Un prete può vivere in modo maturo la propria sessualità?

Il titolo di questo articolo pone una serie di domande e riflessioni che, forse, è giunto il momento storico e culturale di affrontare.

La sessualità è uno dei cinque sistemi motivazionali e interpersonali imprescindibili per la vita relazionale di un essere umano, essi motivano e spiegano tutti i comportamenti umani; gli altri sistemi motivazionali sono: l’attaccamento, cioè la capacità di chiedere aiuto e vicinanza in caso di pericolo, paura o stress, ad una persona significativa, in grado di offrire sicurezza e protezione; il sistema di accudimento, strettamente correlato con quello di attaccamento, poiché consiste nella capacità di prendersi cura; il sistema cooperativo, che consente di comprendere che in alcuni casi è più facile raggiungere lo scopo in gruppo piuttosto che da soli; infine, il sistema agonistico che ci fa entrare in competizione con gli altri.

Dal momento che questi sistemi motivazioni sono fondamentali, e universalmente riconosciuti, per lo sviluppo e la crescita della persona umana, come si concilia la sessualità, sistema motivazionale fondamentale, con la scelta del celibato, obbligatoria per coloro che diventano preti? Si tratta di una domanda chiara e legittima che, probabilmente, molti formatori, forse comodamente, non si fanno o glissano, senza rendersi conto che tutto questo potrebbe gettare le basi per comportamenti poco adeguati o ancor peggio per altri che potrebbero costituire reati.

Ognuno di noi deve fare i conti con la propria sessualità. Nessuno nasce o diventa “asessuato”, cioè senza stimoli, appetiti o desideri. Questo vale pure per i preti.

Va subito detto che la sessualità non va confusa con l’orientamento sessuale che è una preferenza per il sesso opposto o per lo stesso sesso di appartenenza. Si ritorna, quindi, alla domanda del titolo: perché nella chiesa cattolica ogni uomo o donna consacrata deve fare il voto di castità?

Noi nasciamo con un corpo di maschio o di femmina e fin da piccoli abbiamo bisogno di conferme e riconoscimenti che dovremmo ricevere in modo diverso dai genitori. Poi cresciamo e diventiamo adolescenti e in questa fase la sessualità assume un ruolo fondamentale. Dobbiamo imparare ad essere uomini e donne. Sarebbe importante parlarne, utile avere degli esempi buoni, vivere in modo sereno questa crescita sessuale, non con una serie di tabù che portano alla chiusura e alla mortificazione del corpo o ancora alla sua estrema esaltazione. Sempre durante l’adolescenza, poi, scopriamo che il nostro orientamento sessuale ci spinge verso persone di sesso opposto oppure verso persone del nostro stesso sesso. Quando questo processo di scoperta della propria sessualità è bloccato, a motivo di un’educazione troppo rigida oppure per tabù culturali, nel caso dell’omosessualità, è difficile che la persona possa davvero realizzare sé stessa.

E poi, come si vive la propria sessualità? Pensando di non avere fragilità, desideri, cadute? Forse noi siamo un po’ troppo realisti, ma che lo vogliamo o no, l’amore passa sempre attraverso i nostri corpi: quello della madre verso un figlio, quello di due persone che si amano o anche quello della peccatrice verso Gesù, in un atto di estremo amore fisico, descritto nel Vangelo, in cui lava i piedi del Maestro con una parte molto intima del nostro corpo, cioè le lacrime, e li asciuga con uno dei simboli della femminilità, cioè i capelli, e poi li tocca con una delle parti del corpo più sensuali, le labbra, addirittura baciandoli!

Sarebbe bello avere delle vere risposte alla domanda “cosa ti ha spinto a diventare prete?”. Spesso sentiamo rispondere con frasi fatte, come “…per servire Gesù e la Chiesa…”, come se un laico non serve Dio, come se una madre che si prende cura dei propri figli e un padre che esce tutte le mattine all’alba non sta servendo Dio come, e a volte anche di più e meglio, di un prete che neppure deve cercarsi lavoro, perché tanto a fine mese lo stipendio arriva sul conto. Sono due modi diversi. Non serve mettersi su di un piedistallo, anche se spesso molti Seminari lo forniscono come dotazione di base per diventare dei “buoni presbiteri”. 

E allora: come si può conciliare tutta questa esigenza di sessualità, corporeità e castità? Sicuramente si può, perché non lo fanno solo i preti e i consacrati della Chiesa Cattolica, ma anche molte persone laiche e a volte giovani. Nessuno è perfetto e soprattutto nessuno può pensare di sfuggire alla propria sessualità e alla propria corporeità entrando in Seminario per diventare prete.

Per essere casti, si fa una scelta che deve essere molto ponderata. Chi rinuncia a ciò che non conosce e di cui non ha consapevolezza non fa una scelta libera ma una scelta obbligata da qualcun altro, come genitori, parroci, educatori, oppure una scelta non libera perché condizionata dalla paura del pregiudizio culturale. Ad esempio, possiamo chiederci: quanti giovani hanno scelto di entrare in Seminario per paura di fare coming out della propria omosessualità oppure, anche soltanto, semplicemente per paura della propria omosessualità che rifiutano di vedere?

Quante responsabilità abbiamo noi genitori, educatori, formatori, preti, nel dirottare questi giovani verso il sacerdozio come panacea alla propria omosessualità?

Ma soprattutto, quanto potremmo fare di bene se la formazione negli stessi Seminari tenesse conto di questi aspetti e creasse un clima di fiducia e di apertura in modo che qualsiasi giovane si senta accolto e amato, piuttosto che giudicato e stigmatizzato?

Impariamo ad accoglierci e ad accogliere tutti gli aspetti della nostra persona e di quella dell’altro e soprattutto prendiamoci cura delle nostre fragilità, senza tabù o etichette. Impariamo, anche, a chiedere aiuto e sostegno a persone capaci e competenti, che non agiscono plagiando o in modo direttivo, ma in un clima di fiducia e di libertà sanno aiutare gli altri a cercare e a realizzare la propria strada, la vocazione alla quale Dio li ha chiamati fin dalla nascita. I cartellini e le etichette lasciamoli alle cose; alle persone non si addicono stereotipi e pregiudizi, ma rivolgiamoci ad ogni persona chiamandola con il proprio nome, lo stesso che ognuno di noi ha ricevuto il giorno della nascita e per noi cristiani il giorno del battesimo.

Cosimo Delcuratolo e Paola Foresi

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